Un muro non basta…e allora costruiamone un altro!

Un muro non basta. Un muro non bastava. 750 kilometri non erano sufficienti ed eccone allora altri 250 per arrivare alla cifra tonda tonda di 1000 km di muro!!!1000 km è una cifra che fa un certo effetto. Sono tanti. Sono troppi. Costruiti con la scusa della sicurezza ma che sicurezza e pace non porteranno. Il nuovo muro verrà costruito sul confine con l’Egitto per impedire a dei disperati provenienti dall’Africa di entrare in Israele per trovare un futuro. Nell’ultimo anno ne sono entrati 4300 e quindi si è pensato di costruire un muro per una spesa di più di 372 milioni di dollari = 86000 dollari a disperato!!!
Se ne parlava da tempo, è già in costruzione da tanto, solo oggi ne parla così un video del Corriere.it
Coniugato al presente : un muro non basta, nel futuro : un muro non basterà ! 1000 km. sono davvero tanti ma mai abbastanza per impedire ad una umanità senza speranza e sofferente di far arrivare il proprio grido di disperazione fino al cielo. Sul piano orizzontale un muro può bastare ma sul piano verticale non riuscirà mai a far tacere le bocche perchè anche se taceranno i disperati…le pietre, gli ulivi tagliati e la terra ferita grideranno di fronte a Dio !

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3 risposte a Un muro non basta…e allora costruiamone un altro!

  1. Valentina ha detto:

    ..che Dio abbia pietà di questi suoi figli che non riescono più ad essere liberi in Lui ma schiavi, completamente schiavi dell’egoismo, dell’avidità e del potere!….
    Con tenacia preghiamo, preghiamo e preghiamo, insieme, uniti facciamo salire il cielo questo grido, con potenza e….che il Dio ci aiuti!
    Sono con voi….

  2. Giovanni e Aidi ha detto:

    Credo che nessun muro fermerà le parole che gli uomini rivolgono al Signore. Quelle parole non sbattono sul muro ma volano in alto, talmente veloci che fa molto prima il Signore a sentirle che gli uomini a pronunciarle. Credo che le tue parole, caro Mario, nonostante le possibilità che ci vengono offerte da internet, arrivino prima al Signore che a noi ma noi siamo comunque molto orgogliosi di arrivare secondi. Tu continua a parlare chissà che prima o poi non riescano ad arrivare anche alle orecchie di coloro non le vogliono ascoltare; dalle orecchie al cuore, poi, la strada può essere tortuosa ma non è distante…

  3. luigi ha detto:

    Caro Abuna, stasera ho finito di leggere Le radici del cielo, di ROMAIN GARY. Anche se un po’ lungo, penso valga la pena trascrivere un passo che racconta di un gruppo di prigionieri in un campo di lavoro nazista. Fatte le debite differenze, e lasciando perdere per un momento qualche riferimento poco calzante (quello ai “politici” contrapposti ai detenuti “comuni”, per es.) in un più di un punto mi pare possibile un accostamento a situazioni attuali: “muri”, “sergenti”, margini di dignità da salvare, “spes contra spem”…, ecc.

    “… Lavoravano allora alla diga di Eupen sul Baltico, trasportando sacchi di cemento per l’opera gigantesca dei nuovi faraoni, che costruivano peri prossimi mille anni. Procedevano lentamente, in fila indiana, attenti a non compiere passi falsi per non crollare sotto il peso. C’erano prigionieri politici e condannati per delitti comuni, tutti sottoposti allo stesso trattamento, la rieducazione a mezzo dei lavori forzati, secondo l’uso del ventesimo secolo, mentre le SS, con le facce già brunite dal primo sole, se ne stavano sparpagliate nei prati con un fiore tra i denti. C’era Rotstein, il pianista polacco, Revel, l’editore clandestino francese (…) che per non sentire la puzza durante la corvée delle latrine, recitava ad alta voce dei versi di Mallarmé; e Szwabek, un altro polacco, che si portava sempre dietro, tutta stropicciata, la foto della sua scrofa, primo premio al concorso agricolo, e la mostrava con orgoglio per provare che anche lui era qualcuno; e Prévost, detto Émile, il ferroviere della SNCF che una volta, sentendo il fischio di una locomotiva, si era messo a piangere… E c’era anche un Durand (..) che passava il tempo a raccontare quello che avrebbe fatto al primo Schmitt incontrato dopo la Liberazione… Durand che, dopo la liberazione, si presentò al dottor Schmitt di Eupen con una rivoltella intasca, lo guardò un momento, poi gli strinse la mano e se ne andò… E c’era Julien, il cappellano, che dimagrì pochissimo nei due anni di prigionia, tanto che lo accusavano di farsi rifornire di nascosto dal suo Dio… E altri, tanti altri, caduti lungo la strada, i cui nomi non avevano più senso. Avanzavano curvi sotto il peso, mentre le guardie nell’erba si godevano il sole di primavera con i calzoni sbottonati.
    Improvvisamente Morel sentì qualcosa sbattergli sulla guancia e cadere ai suoi piedi. Abbassò gli occhi, badando a non perdere l’equilibrio: un maggiolino.
    Era caduto sulla schiena e agitava le zampette, tentando invano di rivoltarsi. Morel si fermò e guardò fisso l’insetto. Era in quel campo da un anno, e da tre settimane portava per otto ore al giorno, a pancia vuota, dei sacchi di cemento.
    Ma non poteva lasciar perdere. Piegò un ginocchio, tenendo il sacco in equilibrio sulla spalla, e con un movimento dell’indice rimise in piedi l’insetto.
    Ripeté quel gesto altre due volte durante il percorso. Revel, che camminava davanti a lui, fu il primo a capire di che si trattava. Emise un grugnito d’approvazione e si mise subito ad aiutare il primo maggiolino caduto ai suoi piedi. Poi toccò a Rotstein, il pianista, che pure era talmente magro da sembrare che il suo corpo cercassi di uguagliare la sottigliezza della dita. Da quel momento, quasi tutti i politici cominciarono ad aiutare i maggiolini, mentre i “comuni” gli passavano accanto bestemmiando. Nei venti minuti di pausa, nessuno dei politici cedette alla stanchezza. Eppure, di solito si gettavano a terra e restavano immobili fino al trillare del fischietto. Però stavolta era come se avessero acquistato nuove forze. Andavano in giro con gli occhi rivolti a terra, in cerca di maggiolini da aiutare. La cosa del resto non durò molto: bastò che arrivasse il sergente Grüber. Non era un bruto,aveva studiato, e prima della guerra era maestro nello Schleswig-Holstein. In un attimo, si rese conto di quello che stava succedendo e subito riconobbe il nemico. Si trattava di una scandalosa provocazione, di una professione di fede, di un’affermazione di dignità, inammissibile in uomini ridotti a zero. Sì, gli bastò un attimo per cogliere la gravità della sfida lanciata ai costruttori di un mondo nuovo. E subito corse ai ripari. Dapprima si scagliò contro i prigionieri, seguito dalle guardie che non capivano bene di cosa si trattasse, ma erano sempre pronte a picchiare. Distribuirono u8na buona dose di calci e di randellate, ma ben presto il sergente Grüber si rese conto che non bastavano a colpire i ribelli come era necessario. Allora fece una cosa che era forse un po’ ripugnante: cominciò a correre nell’erba con gli occhi rivolti al suolo e, ogni volta che vedeva un maggiolino, lo schiacciava con gli stivali. Correva in tutte le direzioni, girava intorno, saltava con un piede sollevato e batteva il terreno con li tacco, in una sorta di grottesca danza cosacca, quasi commovente nella sua inutilità. Infatti poteva accoppare tutti i detenuti e schiacciare tutti i maggiolini, ma il suo bersaglio era fuori portata ed era impossibile colpirlo. Alla fine capì. Aveva iniziato un’impresa che nessun esercito, nessuna polizia, nessuna milizia, nessun partito, nessuna organizzazione era in grado di portare a termine. Per riuscire, si sarebbero dovuti uccidere tutti gli uomini nel mondo intero, e anche allora probabilmente quella traccia sarebbe rimasta dietro di loro come un sorriso della natura. Certo, seppe far pagare a caro prezzo la propria sconfitta. Costrinse i prigionieri a sgobbare due ore in più quel giorno, e due ore significava oltrepassare il limite estremo delle forze umane. La sera, i prigionieri si chiedevano se sarebbero riusciti a sopportare una simile stanche, se sarebbe rimasto loro un po’ di forza per il giorno seguente. Rotstein era particolarmente esausto. Se ne stava sdraiato sul suo giaciglio, nella stessa posizione in cui vi era caduto. Veniva voglia di chjhinarsi su di lui e di rivoltarlo come un maggiolino. Di aiutarlo a volare via. ma non c’era bisogno di aiutarlo. Se ne volava via da solo, tutte le sere.
    – Ehi, Rotsyein!
    – Sì…
    – Sei ancora vivo?
    – Sì, lasciatemi stare. Sto suonando un concerto per me stesso.
    – E che cosa suoni?
    – Johann Sebastian Bach
    – Scherzi? Un “crucco”?
    – Appunto. Proprio per questo. Per ristabilire l’equilibrio. Non possiamo permettere che la Germania rimanga sempre rovesciata sulla schiena. Dobbiamo aiutarla rivoltarsi.
    – Siamo tutti sulla schiena – borbottò Revel – Dalla nascita.
    – Silenzio. Non sento più quello che suono.
    – Bel pubblico stasera?
    – Non c’è male.
    – Belle donne?
    – No, non stasera. Stasera suono per il sergente Gruber (…)”

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